giovedì 4 luglio 2013

Piacere e sofferenza


Piacere e sofferenza soddisfano le esigenze emotive dell'uomo

La “coazione a ripetere” porta spesso a  vivere più sofferenza che piacere:
Le emozioni forti vissuti da piccoli portano alla ricerca inconscia, automatica e coatta di riviverli da grandi;
Il sentirsi umiliati, per esempio, da piccoli, perciò, fa s’ che si accetti parte o tutto di quello che è stato detto o fatto nei propri confronti, ma soprattutto si cercherà di riprovare nella vita le stesse emozioni in situazioni analoghe;
Questo è il vincolo alla nostra crescita, la sua soglia viene determinata dall’entità dell’emozione;
La reattività (il risentimento ed i sensi di colpa) lo rafforza perché coinvolgono e quindi danno pappa (pathos) all’inconscio;
L’inconscio non distingue tra il bene e il male, tale per cui un bambino preferisce un genitore veramente cattivo ad uno assente;
Il male, il peccato, la trasgressione, implicano l’esistenza di una legge codificata ed istituita. Il trasgredire alla legge è una fonte di penalizzazione, quindi di coinvolgimento, mentre l’obbedire è una fonte di gratificazione, cioè di diminuzione della tensione emotiva: la soglia, la distinzione tra i due stati di penalizzazione e di gratificazioni, l’interfaccia tra il bene e il male, è ciò che un simbolo rappresenta;
L’inconscio necessita di vivere tensioni emotive, perciò una dieta equilibrata di pathos e logos in alternanza tra loro è essenziale, ma la combinazione richiesta dipende dalle esperienze emotive vissute nell’infanzia.
I comportamenti di alcune persone e, soprattutto nella sfera sentimentale, di alcune donne, sembrano chiaramente autolesionistici, inutilmente portati alla sofferenza, a volte persino piegati, oltre ogni ragionevolezza, all’umiliazione e al disprezzo da parte del partner. Questi comportamenti e atteggiamenti non sono ovviamente tutti della stessa entita’, ma si situano all’interno di uno spettro, possiamo dire, che va da sporadici e modesti tratti relazionali di sottomissione a veri e propri ‘stili’ comportamentali in cui la persona sembra ricercare, nel rapporto amoroso, tutto cio’ che la fa soffrire.
Ogni problema è rappresentato da un simbolo, vissuto e caricato emotivamente tramite delle azioni “rituali”, quindi anche il sintomo…
L’inconscio verifica costantemente se le azioni decise razionalmente gli danno i necessari Pathoi:
Se si, il individuo va alla ricerca del piacere
Se no, il individuo viene caricato dal sistema di scorta (backup) attraverso un sintomo:
attivandone uno esistente;
creandone uno di nuovo;
Se l’istanza logica ritiene che le emozioni nei primi 4 punti distonici siano troppo forti e cerca di arginarli e vincolarli, l’istanza inconscia “prescrive” il sintomo come dieta, nel punto più distonico!
Se il campo di battaglia è l’autorealizzazione, là viene posto il vincolo, creando limiti sulle massime aspettative, per porre un vincolo rispettivamente all’istanza logica;
Il turbamento base crea le condizioni per cui l’energia non fluisce liberamente nei punti distonici della vita di relazione, e quindi fa rivivere le situazioni originarie (in modo inconsapevole) formando il sintomo come espressione di:
Reattività (sensi di colpa / risentimento)
Pathos (tra desiderio di essere e non essere, tra desiderio di avere e non avere)

Si può utilizzare il termine junghiano, ‘sé’, per definire quell’entità che dà vita al corpo e che gli antichi rishi chiamavano atman, da cui il termine italiano ‘anima’. Il ‘sé’, l’atman, è quel principio spirituale che coincide con l’essere vivente. È immortale, costituito di consapevolezza e caratterizzato da beatitudine. Quando un essere umano cerca di risolvere i problemi che costituiscono per lui motivo di sofferenza, viene mosso interiormente dall’atman, perché la sua componente di beatitudine non gli permette di vivere in una situazione priva di felicità. Il dolore non appartiene alla nostra natura, è qualcosa di artificiale, di estraneo a noi; per questo nessuno si adatta al malessere, al dolore, alla sofferenza, alle ristrettezze che si configurano come permanenti. La beatitudine, una delle tre caratteristiche dell’atman, si fa sentire molto forte dall’interno e pretende piena soddisfazione: per questo tutti sono alla continua ricerca della felicità. Ma qualche volta, a causa dei condizionamenti interni ed esterni, la felicità non è raggiungibile perché persiste una cappa di obblighi imposti dalla società e creati direttamente o indirettamente dall’individuo, che non permettono la piena sperimentazione della natura profonda dell’atman, la beatitudine (ananda).La meta finale della psicologia di Jung e del Buddhismo tibetano è la trasformazione spirituale. Jung la definisce come realizzazione di sé, completa integrazione, mentre per i buddhisti tibetani è la buddhità, l'illuminazione ottenuta per il beneficio di tutti gli esseri. Secondo il Buddhismo, ogni singolo individuo ha le potenzialità per diventare un buddha, ottenendo la suprema trasformazione. Sia per i buddhisti che per Jung, nell'animo umano è sempre esistito un forte desiderio di luce e di coscienza superiore, un anelito comune a tutta l'umanità

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